Ieri: Il permesso di soggiorno può essere revocato
Il matrimonio di comodo non dà sempre la cittadinanza
(
Tar Abruzzo, sez. Pescara 1185/2001)


La donna extracomunitaria che sposa un cittadino italiano e si separa dopo pochi mesi perde il diritto alla cittadinanza. E dunque, allo scadere del permesso di soggiorno deve essere espulsa. Così ha deciso il Tribunale amministrativo regionale dell'Abruzzo, sezione di Pescara, che ha respinto un ricorso presentato da una cittadina extracomunitaria. La donna aveva sposato un italiano per evitare un provvedimento di espulsione, ma si era separata dal marito dopo pochi mesi di matrimonio. Di qui il provvedimento di revoca del permesso di soggiorno da parte del questore di Pescara e la presentazione del ricorso. Ricorso che veniva rigettato perché, a detta dei giudici amministrativi:" Il venir meno della effettiva convivenza matrimoniale, in un lasso di tempo brevissimo, è, invero, ragione valida e sufficiente per l’adozione dell’atto di revoca". In caso contrario, infatti:" l’istituto matrimoniale verrebbe strumentalizzato per il raggiungimento di finalità diverse e/o ulteriori". (21 dicembre 2001)

La normativa attualmente in vigore.

Art. 5 (Legge del 05/02/1992 - N. 91, la legge sull’acquisizione della cittadinanza)

1. Il coniuge, straniero o apolide, di cittadino italiano può acquistare la cittadinanza italiana quando, dopo il matrimonio, risieda legalmente da almeno due anni nel territorio della Repubblica, oppure dopo tre anni dalla data del matrimonio se residente all'estero, qualora, al momento dell'adozione del decreto di cui all'articolo 7, comma 1, non sia intervenuto lo scioglimento, l'annullamento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio e non sussista la separazione personale dei coniugi.

2. I termini di cui al comma 1 sono ridotti della metà in presenza di figli nati o adottati dai coniugi (1).

(1) Articolo sostituito dall'articolo 1, comma 11, della legge 15 luglio 2009, n. 94.

 

Art. 7, stessa legge.

[1. Ai sensi dell'articolo 5, la cittadinanza si acquista con decreto del Ministro dell'interno, a istanza dell'interessato, presentata al sindaco del comune di residenza o alla competente autorità consolare] (1).

2. Si applicano le disposizioni di cui all'articolo 3 della legge 12 gennaio 1991, n. 13.

(1) Comma abrogato dall'articolo 8, d.p.r. 18 aprile 1994, n. 362, limitatamente alle parti modificate dal medesimo d.p.r. 362/1994. (*)

(*) Nota del redattore:

Non cambia comunque il senso della disposizione, in ogni caso deve essere emanato decreto del Ministro dell’Interno (poi sottoscritto dal Presidente della Repubblica, che quindi diverrà D.P.R.) per la concessione della cittadinanza, questo il senso del doppio rinvio e dell’abrogazione. Pertanto, se interviene anche solo separazione personale (attestata dal Tribunale, o, oggi, anche da una convenzione di separazione redatta da avvocati) si perde il diritto alla cittadinanza. Vedi sentenza che segue.

L’evoluzione della giurisprudenza


CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 17 gennaio 2017, n. 969

Stranieri – Matrimonio – Cittadinanza italiana – Separazione di fatto – Irrilevante

La Corte d’Appello di Firenze, confermando la sentenza di primo grado ha dichiarato che H.E.K. ha acquistato la cittadinanza italiana ai sensi dell’art. 5 della l. 91 del 1992, anche in ordine alle più rigorose condizioni contenute nella novella introdotta dalla l. n. 94 del 2009, intervenuta in corso di giudizio.

In particolare, la Corte d’Appello ha affermato che la cittadina straniera era in possesso dei requisiti legali per l’acquisto della cittadinanza secondo quanto stabilito dall’art. 5, ratione temporis, applicabile, ovvero il matrimonio con un cittadino italiano e il decorso di sei mesi senza che fosse intervenuto annullamento, separazione e divorzio, sia al momento della presentazione della domanda, sia con riguardo alla situazione in essere al momento della decisione della P.A. ed alla luce della nuova formulazione della medesima norma medio tempore intervenuta, essendo residente in Italia per almeno due anni dopo il matrimonio senza che fosse intervenuto annullamento, separazione personale o divorzio.

La Corte d’Appello, coerentemente con quanto affermato dal giudice di primo grado, riteneva irrilevante la separazione di fatto, incontestatamente intervenuta tra i coniugi, richiedendo la legge una condizione ostativa diversa, ovvero la separazione personale giudizialmente accertata.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il Ministero dell’Interno.

È dedotta la violazione dell’art. 5, comma 1, della l. n. 91 del 1992 così come modificato dall’art. 1 comma 11 della l. n. 94 del 2009 in ordine al mancato rilievo come condizione ostativa alla concessione della cittadinanza alla separazione di fatto, nonostante gli effetti di tale situazione si riverberino in numerose disposizioni legislative, (art. 143 cod. civ.; art. 570 cod. pen., art. 6 legge n. 184 del 1983) e inducano a ritenere che la locuzione “separazione personale” indichi soltanto un genus più ampio entro il quale ricomprendere la separazione legale e quella di fatto. Ne consegue che, ai fini dell’acquisto della cittadinanza, l’effettiva sussistenza in concreto del rapporto matrimoniale sia da intendere come requisito ineludibile anche alla luce degli effetti conseguenti al suo acquisto.

La censura deve ritenersi infondata alla luce del chiaro ed univoco tenore testuale della norma in questione sia nella formulazione originaria sia in quella novellata per effetto dell’art. 1 comma 11 della l. 94 del 2009. Nel testo originario la locuzione utilizzata dal legislatore era “separazione legale”, con la novella tale locuzione è stata modificata con “separazione personale”. La correzione è stata del tutto opportuna dal momento che l’espressione “separazione legale” risulta atecnica rispetto all’altra “separazione personale” utilizzata dal legislatore nel titolo dell’art. 150, nel corpus dell’art. 154 relativo alla riconciliazione e nel testo previgente art. 155 (oggi abrogato in virtù dell’omologazione del regime giuridico relativo ai figli nati nel matrimonio e fuori di esso e sostituito dalla disciplina normativa contenuta nel Capo II del titolo IX).

Peraltro, come espressamente affermato nel citato art. 5 deve essere applicato il regime giuridico vigente al momento dell’adozione del provvedimento e non della domanda, in quanto la norma stabilisce che “al momento dell’adozione del decreto” non devono essere intervenute condizioni ostative quali la separazione personale.

La censura deve ritenersi infondata alla luce del chiaro ed univoco tenore testuale della norma in questione sia nella formulazione originaria sia in quella novellata per effetto dell’art. 1 comma 11 della l. 94 del 2009. Nel testo originario la locuzione utilizzata dal legislatore era “separazione legale”, con la novella tale locuzione è stata modificata con “separazione personale”. La correzione è stata del tutto opportuna dal momento che l’espressione “separazione legale” risulta atecnica rispetto all’altra “separazione personale” utilizzata dal legislatore nel titolo dell’art. 150, nel corpus dell’art. 154 relativo alla riconciliazione e nel testo previgente art. 155 (oggi abrogato in virtù dell’omologazione del regime giuridico relativo ai figli nati nel matrimonio e fuori di esso e sostituito dalla disciplina normativa contenuta nel Capo II del titolo IX).

Peraltro, come espressamente affermato nel citato art. 5 deve essere applicato il regime giuridico vigente al momento dell’adozione del provvedimento e non della domanda, in quanto la norma stabilisce che “al momento dell’adozione del decreto” non devono essere intervenute condizioni ostative quali la separazione personale.

La differenza tra le due fattispecie astratte “separazione personale” e “separazione di fatto” può cogliersi anche nel regime giuridico delle adozioni. L’art. 6 della l. n. 184 del 1983 prescrive che tra i coniugi che intendono procedere all’adozione non deve essere intervenuta negli ultimi tre anni separazione personale neppure di fatto, a conferma della diversità delle due tipologie di allontanamento dei coniugi, confermata anche da un regime giuridico nettamente distinto.

Deve, pertanto, essere confermata la pronuncia della Corte d’Appello che, sulla non assimilabilità delle due fattispecie, si è fondata. Deve aggiungersi che le condizioni ostative previste nel citato art. 5 non possono essere fondate su clausole elastiche, ma su requisiti di natura esclusivamente giuridica, predeterminati e non rimessi ad un accertamento di fatto dell’autorità amministrativa, come desumibile anche dall’esame delle altre specifiche condizioni interdittive, l’annullamento, lo scioglimento, la cessazione degli effetti civili del matrimonio.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Studio Legale Avv. Lorenzo Tornielli

Una coppia mista

Giurisprudenza in tema di permesso di soggiorno e cittadinanza